Fini capisca che se vuole “eliminare ciò che divide”, il primo è il Cav.
Berlusconi lascia trapelare, come sempre in modi avventurosi e barocchi, una sua convinzione: vogliono farmi fuori, e l’ingrato Fini è della partita. Non è affatto detto che questo umor nero sia un buon consigliere. Fini non ha convenienza a provocare smottamenti drammatici della legislatura e del Pdl; questo è un fatto, sebbene la storia sia piena di gente che non ha saputo interpretare il proprio interesse in politica.

C’è un punto però sul quale non si lavora di sfumature, che sono così importanti in una buona idea della politica. Ed è quando Fini, con un lapsus sul quale per primo dovrebbe riflettere, dice che bisogna lasciar cadere tutto ciò che è divisivo e attaccarsi a tutto quel che unisce. Tra le cose divisive, e Fini lo sa, c’è il suo alleato Berlusconi, il nostro Cav., che è da tre lustri, e da molto più come imprenditore della tv commerciale, la testa di Turco contro la quale si esercitano i lanci di palle di bronzo dell’intero spettro del centro sinistra e del partito delle procure. Se Fini lasciasse cadere quel che divide, il tonfo toccherebbe subito al presidente del Consiglio.
Berlusconi lascia trapelare, come sempre in modi avventurosi e barocchi, una sua convinzione: vogliono farmi fuori, e l’ingrato Fini è della partita. Non è affatto detto che questo umor nero sia un buon consigliere. Fini non ha convenienza a provocare smottamenti drammatici della legislatura e del Pdl; questo è un fatto, sebbene la storia sia piena di gente che non ha saputo interpretare il proprio interesse in politica. Un collasso del berlusconismo lascerebbe a Fini uno spazio meschino, banalmente opportunistico, per piccole ricollocazioni, peraltro insicure. Mentre una conversione guidata della destra dal suo status odierno a quello, normalizzato, di una destra istituzionale “normale”, insomma la prospettazione di una ordinata successione fondata sulla ratifica dei successi epocali di Berlusconi, dopo la sconfitta riformatrice del partito delle procure e dei suoi disegni di umiliazione della politica, sarebbe materiale buono per la carriera di un tardo cinquantenne come lui. Ma lo ha capito?
Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.
